Risarcimento danni minori: devono agire i genitori?


 

Legittimazione attiva e passiva del padre e della madre per la richiesta di indennizzo e l’eventuale successiva causa per conto del figlio piccolo. 

Un lettore ci ha chiesto se, in caso di risarcimento danni a minori, devono agire i genitori. Il caso che ci viene prospettato è quello di un incidente in classe durante la ricreazione, ma la risposta al problema legale può adattarsi a qualsiasi altra situazione per lesioni – fisiche o morali – subite da una persona che non ha ancora compiuto 18 anni.
Ecco dunque cosa succede quando un minorenne deve chiedere il risarcimento del danno e quali diritti/poteri spettano ai suoi genitori.

La capacità giuridica e la capacità d’agire
Quando una persona nasce, acquisisce diritti e doveri tipici di ogni essere vivente. Può quindi – tanto per fare qualche esempio – diventare proprietario di immobili, può ereditare, può rivendicare la tutela alla propria privacy o al nome, ecc. Questa condizione viene definita «capacità giuridica».

Da essa si distingue la «capacità d’agire» che consiste invece nella capacità di concludere contratti e disporre dei propri diritti come, ad esempio, vendere o acquistare un bene, assumere un rapporto di lavoro, ecc. A differenza della capacità giuridica – che come visto si acquisisce dal primo giorno di vita – la capacità d’agire si acquista solo a partire da 18 anni.

A rappresentare gli interessi del minore sono quindi i genitori cui compete l’amministrazione del patrimonio di quest’ultimo o il potere di concludere contratti nel suo interesse (ad esempio, l’acquisto di un motorino).

La legittimazione processuale
Un aspetto della capacità d’agire è la cosiddetta «legittimazione processuale» ossia il potere di tutelare i propri diritti in tribunale. La legittimazione processuale può poi essere «attiva» (consistente nella capacità di agire in giudizio per la difesa di un proprio diritto) o «passiva» (consistente nella capacità di resistere in giudizio a un’azione intentata da altri).

Anche la legittimazione processuale, quindi, come la capacità d’agire, si acquisisce a 18 anni. Il che significa che un minorenne non può né fare una causa civile, né essere citato in un giudizio civile.

Nel processo penale, le cose invece vanno diversamente. I minori sono imputabili – ossia rispondono dei reati commessi – a partire da 14 anni. Da questa età, quindi, possono subire un processo penale e le conseguenti sanzioni previste per i maggiorenni (con l’unica differenza che a giudicarli sarà il tribunale dei minori). Sotto i 14 anni, un bambino non risponde mai dei crimini commessi, né ne rispondono penalmente i suoi genitori, i quali saranno solo tenuti a risarcire eventuali danni derivanti dalle sue condotte.

Detto ciò, possiamo dire che, se un minore vuol rivendicare un risarcimento danni, devono agire per conto suo i suoi genitori. E ciò vale sia in sede processuale, che prima, in via cioè stragiudiziale. È chiaro infatti che, non avendo il minore il potere di concludere neanche accordi transattivi, a portare avanti le relative trattative per le richieste di indennizzo devono essere il padre e la madre. Questi ultimi agiscono «in nome e per conto del figlio», con effetti che ricadranno su quest’ultimo.

Quindi, ad esempio, in un incidente stradale che veda coinvolto un bambino, la pratica all’assicurazione andrà gestita dai suoi genitori che, «in nome e per conto del figlio», daranno eventualmente incarico a un avvocato per difenderli. Lo stesso dicasi se un bambino fa male a un altro bambino nel corso della ricreazione scolastica: anche in tale ipotesi, infatti, la richiesta di risarcimento – tanto in via stragiudiziale quanto dinanzi al giudice – andrà presentata dal padre e dalla madre.

Incidente a scuola: quando al minorenne non è dovuto alcun risarcimento
Dal momento in cui entrano a quando escono da scuola gli alunni devono essere soggetti alla supervisione degli insegnanti e del corpo scolastico. Di eventuali lesioni avvenute durante questo frangente di tempo risponde quindi la scuola e, se pubblica, il ministero dell’Istruzione.

La responsabilità dell’amministrazione è però esclusa se risulta che l’evento non è stato né prevedibile né evitabile, neppure a mezzo di una presenza costante e attenta da parte delle insegnanti.

Alla scuola spetta quindi dimostrare di aver predisposto una idonea vigilanza all’interno e all’esterno delle classi e che l’evento si è verificato tanto repentinamente da non dare possibilità di intervenire per tempo.

Se pertanto l’istituto scolastico dovesse fornire la prova della «insussistenza di una condotta negligente» da parte delle insegnanti, che erano in classe durante la ricreazione o l’ora di lezione, e la «adozione di idonee misure preventive di tipo organizzativo o disciplinare», del danno non risponderebbe nessuno se non, eventualmente, i genitori dell’alunno che ha ferito il compagno.