POLIZZE, ITALIA SENZA PROTEZIONE CONTRO IL RISCHIO CATASTROFI


 

I prodotti legati ai fenomeni naturali sono poco diffusi e raggiungono appena il 7%

Cordioli (Swiss Re): «Serve un patto pubblico-privato per una cultura del rischio»

Un paese con alta percezione del rischio catastrofale ma scarsa propensione a far scattare la giusta protezione. Si potrebbe dire che l’Italia è una penisola abitata da fatalisti ma in realtà sulla carta sono molti di più quelli che vorrebbero avere un approccio prudente e che, tuttavia, per svariate ragioni, decidono di non correre ai ripari. Non a caso il 98% degli intervistati su un campione di 1.500 persone, come emerge da una recente indagine Nielsen per Swiss Re, è consapevole che i fenomeni naturali estremi siano un rischio “costante” per l’Italia e il 70% è anche a conoscenza dell’esistenza di assicurazioni contro questo tipo di avversità. Eppure le polizze anti catastrofali in Italia hanno una penetrazione complessiva di appena il 7%, al 28% se si considerano solo i premi già attivi sulle abitazioni.

Dati che, stante il contesto impongono un’inversione di tendenza. Ma come promuoverla? «L’Italia è uno dei paesi più sotto assicurati d’Europa, con gli incentivi fiscali stabiliti dal precedente governo la situazione è leggermente migliorata, di certo c’è più domanda, è quasi raddoppiata», ha spiegato a Il Sole 24 Ore, Claudia Cordioli, managing director per l’Europa di Swiss Re. Un progresso dettato anche dal fatto, come ha aggiunto Cordioli, «che anche canali meno tradizionali, come quello bancario, hanno cominciato a mostrare interesse per i prodotti danni e più in generale per quelli legati alla protezione. L’ambizione, evidentemente, è che con approcci diversi e utilizzando canali differenti si possa creare una cultura del rischio». Ma per chiudere il gap con gli atri paesi d’Europa, è convinta il managing director di Swiss Re, «è fondamentale un patto tra pubblico e privato». Che l’asse si declini sotto forma di partnership o facendo in modo che sia il pubblico stesso ad assicurare il territorio, poco importa. Piuttosto è cruciale che lo stato scenda in campo. «Potrebbe muoversi lo stato, oppure le regioni o le province, in modo tale da far scattare poi anche la protezione sui singoli», ha sottolineato Cordioli. Sulla falsariga di quanto fatto dalla Cei: «Il primo schema nazionale lo ha utilizzato la Conferenza episcopale italiana assicurando da rischio terremoto tutte le chiese e le parrocchie sparse sul territorio. Si sono rivolti a Cattolica che poi si è riassicurata con noi».

La questione, d’altra parte, è urgente e sotto diversi punti di vista. Secondo l’agenzia di rating Standard & Poor’s, in caso di grande evento sismico il rating sovrano dell’Italia potrebbe calare addirittura di un notch, con conseguenti ricadute sulla tenuta finanziaria del paese. D’altra parte, come più volte sottolineato dall’Ania, gli eventi catastrofali rappresentano un costo enorme per l’Italia. Come emerge dai dati dell’associazione degli assicuratori, 6 dei 10 più costosi terremoti che si sono verificati in Europa tra il 1970 e il 2016 sono avvenuti in Italia. A ciò si somma che il 78% delle abitazioni del paese è esposta a rischio alto o medio-alto tra terremoto ed eventi idrogeologici. Dal terremoto del Belice del 1968 il paese ha speso circa 150 miliardi di euro per le ricostruzioni post-terremoto, esclusi quelli del 2016. Solo negli ultimi 10 anni, per i vari eventi estremi (frane, alluvioni, sismi) sono stati sborsati 33 miliardi di denari pubblici.