MEDIE IMPRESE: LA GESTIONE DEL RISCHIO PRODUCE PROFITTI CONCRETI


A evidenziarlo sono i risultati della quinta edizione dell’osservatorio Cineas – Mediobanca.

 

Non è vero che la gestione del rischio è un’attività onerosa che non produce profitti concreti per le aziende. A dirlo sono i risultati della quinta edizione dell’Osservatorio sulla diffusione del risk management nelle medie imprese italiane che Cineas (Consorzio universitario non profit fondato dal Politecnico di Milano) ha realizzato in collaborazione con l’area studi di Mediobanca. L’indagine ha coinvolto 272 medie imprese manifatturiere italiane (di proprietà familiare, fondate nei primi anni Settanta, con un fatturato medio di 61 milioni di euro e 153 dipendenti) appartenenti principalmente ai settori beni per la persona e la casa, meccanica, chimico farmaceutico, alimentare, carta e stampa e metallurgico.

Interrogati sull’andamento del business negli ultimi tre anni, 7 imprenditori su 10 hanno indicato la situazione di recessione globale come il fattore maggiormente condizionante in cui la perdita di un cliente chiave è stato l’elemento che ha influenzato nel modo più negativo gli affari (87% delle risposte). Hanno pesato molto di meno nella scala degli eventi avversi avvenuti dal 2014: le calamità naturali (5%), gli attacchi informatici (2%), la perdita di collaboratori particolarmente qualificati e fornitori chiave (rispettivamente 13% e 10%).

Per l’espansione del proprio giro d’affari, le aziende individuano queste aree come strategiche: 86,4% in R&S sia per i prodotti che per i processi, segue il marketing e la comunicazione; guadagna il terzo posto la gestione dei rischi lasciando agli ultimi posti gli ambiti finanziario, logistico e informatico. Il 25,3% delle imprese del campione presenta un sistema integrato dei rischi (il dato è in crescita rispetto al 2016 quando era del 17,2%), mentre il 47,2% ha un approccio segmentato e il 27,5% non ne dispone affatto. In termini di performance economiche si evidenzia un differenziale di Roi che supera il 30% a favore delle imprese virtuose dal punto di vista della gestione del rischio.

Indagando sulla ragione che ha spinto le imprese a dotarsi di processi di risk management, troviamo al primo posto l’esigenza di tutelare la continuità del business (55,8%). Per la gestione dei rischi, le aziende ricorrono oltre 3 volte su 4 a un partner esterno più spesso di matrice consulenziale (alla compagnia assicurativa si rivolge solo il 28,8% del campione). Del 16,7% che affida la gestione dei rischi a risorse interne, solo il 5,2% ha nel proprio organico un risk manager. Tra le risorse che si occupano del rischio, il 32,4% non ha una qualifica accademica, mentre raggiungono quasi il 30% rispettivamente i laureati in economia e ingegneria.

I rischi più temuti e presidiati si confermano quelli che derivano dagli obblighi di legge (la sicurezza sul lavoro al primo posto) con un aumento della rilevanza per il rischio cyber (attacco informatico e mantenimento dell’integrità dei dati aziendali), che era al terzo posto nel 2016 e all’ottavo nel 2015, e del rischio reputazionale (che solo nel 2015 non rientrava tra i primi 10 rischi per le imprese).

Man mano che ci si sposta verso la gestione di rischi che esulano dall’obbligatorietà legale, ma che attengono più propriamente all’attivazione di leve competitive, si amplia il differenziale in termini di redditività industriale a vantaggio delle imprese che dedicano a essi presidi efficaci. E’ il caso delle competenze professionali (+8%), degli aspetti reputazionali (+10%), della sicurezza informatica evoluta e protezione dall’hackeraggio (14%) fino al presidio della qualità del prodotto e quindi della sua non replicabilità (+21%).

Per quanto riguarda i settori più virtuosi in materia di gestione del rischio si classifica al primo posto l’alimentare, seguito dal chimico – farmaceutico, dal meccanico e dai beni per la persona e per la casa; l’ultima posizione è occupata dal metallurgico.

Se si considera che il giro d’affari delle medie imprese in Italia è di 154 miliardi di euro, si può stimare che la sola gestione del rischio valga 1,4 miliardi di cui 0,7 miliardi sono rappresentati da costi assicurativi, 0,5 miliardi da costo del personale specializzato in questo ambito (meno di tre risorse in media) e 0,2 miliardi di euro vengono corrisposti ai consulenti. Tenuto conto che il 27,5% delle imprese del campione non ha ancora implementato un sistema di gestione è ipotizzabile che ci sia un mercato potenziale di oltre 0,2 miliardi di euro.

Il ruolo del settore assicurativo nel processo di gestione del rischio di impresa. Oltre l’80% del campione ritiene che il trasferimento assicurativo abbia un ruolo integrativo nell’ambito di un compiuto sistema di gestione del rischio. I costi che le aziende sostengono per il trasferimento assicurativo si ripartiscono così: RC prodotto 18,2%, catastrofi naturali 14,6%, RC operai 12,9%, RC generale 14%, Fermo operativo e lucro cessante 7,9%, inquinamento 6,5%, cyber risk 3,7%, altro 22,2%. Il 66% delle imprese del campione intende avviare iniziative formative sulla gestione dei rischi (in crescita sul 2016 quando questa quota non raggiungeva il 60%) nello specifico affrontando i seguenti argomenti: 39% concetti di base di gestione del rischio 21% strumenti per affrontare una situazione di crisi e 16% continuità operativa.

La quinta edizione dell’osservatorio sulla diffusione del risk management nelle medie imprese italiane è stata realizzata in collaborazione con le compagnie Allianz, Cattolica Assicurazioni, gruppo Reale Mutua, Qbe e Zurich, il broker Mansutti, la società di bonifica e ripristino Benpower e lo studio di loss adjustment  C&P. (fs)