Dichiarazioni reticenti? L’assicurazione può rifiutare pagamento dell’indennizzo


 

In caso di violazione dell’obbligo di esattezza delle dichiarazioni, l’assicurazione può rifiutare il pagamento dell’indennizzo, anche senza impugnare il contratto (Cassazione civile, n. 11905/2020)

Di Marcella Ferrari | Professionista/Avvocato

La mera percezione della possibilità di ricevere una richiesta risarcitoria, non comunicata all’assicuratore, integra la fattispecie di cui all’art. 1892 c.c.

Così il medico, che non aveva comunicato all’assicurazione il doppio intervento per la sostituzione di una protesi appena impiantata, si è visto rifiutare la copertura assicurativa. Egli, infatti, avrebbe dovuto informare l’assicurazione, in virtù dell’obbligo di esattezza delle dichiarazioni, giacché era prevedibile la futura richiesta risarcitoria, giunta dopo la stipula della polizza.

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza 5 febbraio – 19 giugno 2020 n. 11905 (testo in calce), ha affermato che, in caso di dichiarazioni inesatte o di reticenze dell’assicurato rilevanti ai fini della conclusione del contratto, l’assicuratore può chiedere l’annullamento, se tale reticenza venga scoperta prima che il sinistro si verifichi, oppure può rifiutare il pagamento dell’indennizzo, anche lasciando in vita il contratto, se la reticenza venga scoperta dopo il sinistro, ovvero prima del sinistro, ma quando quest’ultimo si verifichi entro tre mesi.

La vicenda
Un paziente citava in giudizio il medico che lo aveva operato e la clinica privata presso cui era avvenuto l’intervento, al fine di vederli condannare al risarcimento dei danni subiti all’esito dei trattamenti sanitari errati a cui era stato sottoposto. L’uomo, infatti, aveva subito un intervento all’anca, si era manifestata un’infezione, inizialmente curata ma poi ricomparsa, ed infine era stato sottoposto ad un’ulteriore operazione per la sostituzione della protesi. Il paziente imputava tutte le conseguenze patite ad un’infezione nosocomiale. Il medico e la clinica chiamavano in manleva le proprie assicurazioni. In primo e in secondo grado, i convenuti venivano condannati al risarcimento di oltre 90 mila euro, nondimeno era rigettata la domanda di garanzia del medico verso la sua compagnia assicuratrice. Infatti, la polizza veniva considerata inoperante a causa della condotta reticente del medico (art. 1892 c.c.). In particolare, le condizioni generali di contratto prevedevano la copertura dei sinistri la cui richiesta risarcitoria venisse presentata durante la vigenza del contratto; i sinistri pregressi erano coperti a patto che, alla data di stipula, l’assicurato non avesse ricevuto alcuna richiesta risarcitoria e non avesse avuto “percezione, notizia o conoscenza, dell’esistenza dei presupposti di responsabilità”.

Al momento della stipula, avvenuta successivamente alle operazioni subite dal paziente, il medico avrebbe dovuto dichiarare di essere a conoscenza di fatti che gli facevano supporre una futura richiesta risarcitoria. L’assicurazione, quindi, pur non avendo impugnato il contratto ex art. 1892 c.c., aveva fatto valere l’inoperatività della polizza. Il medico si oppone a tale ricostruzione, deducendo che l’assicurazione era decaduta dal diritto di eccepire l’inoperatività del contratto. Si giunge così in Cassazione.

Dichiarazioni reticenti e rifiuto di pagare l’indennizzo
Il ricorrente ritiene che la compagnia assicuratrice sia decaduta dal diritto di impugnare il contratto e, conseguentemente, non possa rifiutare il risarcimento. Infatti, l’art. 1892 c.c. dispone che le dichiarazioni inesatte e le reticenze del contraente siano causa di annullamento del contratto, qualora l’assicurato abbia agito con dolo o con colpa grave. Le reticenze devono riguardare circostanze tali che l’assicuratore non avrebbe dato il suo consenso o non lo avrebbe dato alle medesime condizioni se avesse conosciuto il vero stato delle cose. Orbene, la Suprema Corte considera infondata la doglianza, poiché l’onere dell’assicuratore di manifestare la propria volontà di esercitare l’azione di annullamento del contratto ex art. 1892 c.c., entro tre mesi dal giorno in cui ha conosciuto la causa dell’annullamento, non sussiste:

  1. quando il sinistro si verifichi prima che sia decorso il termine di tre mesi;
  2. quando il sinistro si verifichi prima che l’assicuratore sia venuto a conoscenza dell’inesattezza o reticenza della dichiarazione.

In tali ipotesi, per sottrarsi al pagamento dell’indennizzo, è sufficiente che l’assicuratore «invochi, anche mediante eccezione, la violazione dolosa o colposa dell’obbligo posto a carico dell’assicurato di rendere dichiarazioni complete e veritiere sulle circostanze relative alla rappresentazione del rischio» (Cass. 5519/1985, Cass. 3165/2003, Cass. 11/2010, Cass. 16406/2010, Cass. 12831/2014).

In buona sostanza, in caso di dichiarazioni inesatte o di reticenze dell’assicurato, rilevanti ai fini della conclusione del contratto, l’assicuratore ha la possibilità di:

  • chiedere l’annullamento del contratto, se la reticenza venga scoperta prima che il sinistro si verifichi,
  • oppure di «rifiutare il pagamento dell’indennizzo, anche lasciando in vita il contratto, se la reticenza venga scoperta dopo il sinistro, ovvero prima del sinistro, ma quando quest’ultimo si verifichi entro tre mesi» (Cass. 12831/2014).

Pertanto, secondo la Corte, visto che il sinistro si era già verificato prima della stipulazione del contratto, l’assicuratore non era obbligato a chiedere l’annullamento dello stesso, mentre era nel suo diritto eccepire la non operatività della polizza. Pertanto, erra il ricorrente nel ritenere che, decorso il termine di tre mesi, l’assicuratore perda anche il diritto di rifiutare il pagamento.

Interpretazione delle CGC: la percezione della responsabilità
Il ricorrente, tra gli altri motivi, censura l’interpretazione data dal giudice di merito alle condizioni generali di contratto (CGC). In particolare, la clausola in oggetto affermava che la garanzia era operativa nei casi in cui l’assicurato:

  • non avesse ricevuto alcuna richiesta risarcitoria,
  • non avesse avuto “percezione, notizia o conoscenza, dell’esistenza dei presupposti” della propria responsabilità.

È pur vero che la nozione di “percezione” sia piuttosto vaga, nondimeno il giudice d’appello ha ben argomentato le ragioni per cui il medico avrebbe dovuto avere la “percezione” che il paziente avrebbe agito contro di lui, visto che aveva da poco sostituito una protesi impiantata appena qualche mese prima. Al lume di ciò, anche il motivo di ricorso volto ad ottenere una diversa interpretazione della clausola viene rigettato.

Nessun vaglio di meritevolezza per la clausola claims made
La clausola delle condizioni generali di contratto su cui si controverte è una clausola a “richiesta fatta”, in quanto prevede che l’assicurazione tenga indenne l’assicurato anche per un fatto accaduto prima della stipula del contratto, sempre che la prima richiesta risarcitoria sia giunta durante la vigenza dell’assicurazione. Secondo il ricorrente, il fatto che la clausola faccia riferimento alla nozione di “percezione”, per escludere l’operatività della polizza, è censurabile per l’indeterminatezza o l’indeterminabilità del contenuto dell’obbligo informativo che ricade sull’assicurato (art. 1346 c.c.), inoltre, invoca un giudizio di meritevolezza ex art. 1322 c. 2 c.c. Orbene, la Suprema Corte rigetta anche tale motivo di ricorso, infatti, ricorda come le clausole claims made – in cui rientra quella oggetto di censura – siano lecite, benché derogatorie del disposto dell’art. 1917 c.c. Anzi, l’assenza di una simile clausola dal contratto in parola renderebbe non indennizzabile il sinistro atteso che, secondo la regola generale, l’assicurazione risarcisce l’assicurato solo in conseguenza di un fatto accaduto durante la vigenza del contratto (mentre qui si era verificato anteriormente). Inoltre, la giurisprudenza ha escluso che le clausole “a richiesta fatta” siano soggette al controllo di meritevolezza di cui all’art. 1322 c.c., comma 2, che riguarda soltanto i contratti atipici; al contrario, esse sono soggette ad una verifica ai sensi dell’art. 1322 c.c., comma 1 (Cass. S. U. 22437/2018; Cass. Ord. 8894/2020). Infatti, l’inserimento di una clausola claims made, in un contratto di assicurazione, non lo rende atipico. Per questa ragione, non si applica l’art. 1322 c. 2 c.c. che, quanto ai contratti atipici, richiede la valutazione della meritevolezza. Al contrario, la clausola “a richiesta fatta” mantiene inalterato il tipo negoziale, ampliandone il contenuto, pertanto, occorre accertare se la determinazione del regolamento contrattuale sia avvenuta nei limiti fissati dalla legge (art. 1322 c.c., comma 1).

Conclusioni
In conclusione, con l’ordinanza in commento, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso del medico, confermando l’inoperatività della polizza assicurativa. Nel caso di specie, la clausola contrattuale claims made prevedeva la copertura di sinistri avvenuti prima della stipula della clausola, purché la richiesta risarcitoria avvenisse durante la vigenza del contratto. Tale clausola imponeva all’assicurato l’obbligo di comunicare all’assicurazione le richieste risarcitorie ricevute prima della stipula e anche la mera percezione della possibilità di riceverne. Il medico, pur essendo consapevole di aver compiuto un doppio intervento per la sostituzione di una protesi appena impiantata, non aveva fornito alcuna comunicazione all’assicurazione. La mentovata condotta rientra nell’art. 1892 c.c. e consente all’assicurazione di annullare il contratto o di eccepire l’inoperatività della polizza.